a mio Padre, Famiglia -radici, Neurofisiologia della Fotografia, Ritratti
MILLENOVECENTOTTANTAEQUALCOSA
…Avevo capito che in quella parte di montagna c’era qualcosa che mi colpiva, faceva capo a delle radici legate al ramo paterno.
Vedevo “in fieri” la possibilità di creare una grande mappatura, la ricchezza era propria nella morfologia del volto.
Avevo il mio primo apparecchio fotografico , sapevo come sviluppare e stampare le fotografie e immaginavo tanto.
Come scrive Max Picard in “Il rilievo delle cose”: “Il volto è una rivelazione, incompleta e passeggera, della persona. Nessuno ha mai visto direttamente il proprio volto; lo si può conoscere soltanto riflesso nello specchio o attraverso una fotografia.
Il volto non è dunque fatto per sé stessi, ma per l’altro o per Dio: è un linguaggio silenzioso; è la parte più viva e più sensibile (sede degli organi dei sensi) che, nel bene e nel male, presentiamo agli altri. È l’Io intimo, parzialmente denudato, infinitamente più rivelatore di tutto il resto del corpo.”
Il volto è ciò che più parla di noi, del nostro essere esposti, del nostro essere per lo sguardo di chi ci circonda. Il volto ha una sua topografia così come una sua storia.
Quando si fotografa un volto, inevitabilmente il fotografo indaga il rapporto tra esterno e interno, l’equilibrio tra l’apparire e l’essere, con la coscienza, comunque, di “interpretare” più che di “rivelare”.
La fotografia è lo specchio del mondo o il mondo è lo specchio del fotografo?
Nella sua massima espressione, è lo specchio di entrambi.






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